Fiori di Ciliegio in Giappone
01. Cultura Giapponese

Bellezza e impermanenza

In Giappone esiste un particolare momento dell’anno in cui si il mondo si sospende e si gode dell’hanami (let. “guardare i fiori”), la bellezza della fioritura dei ciliegi. Se è indiscutibile la meraviglia di questa visione, a volte può risultare più complesso comprendere le emozioni profonde e apparentemente conflittuali che si nascondo dietro l’amore e la devozione che i giapponesi rivolgono ai sakura.

Vorrei allora provare a dare il mio piccolo contributo sull’argomento, per mostrare il legame tra bellezza e impermanenza, con il ricordo alla splendida esperienza di hanami notturno nella primavera del 2013.

Un senso di impermanenza

Come molti di voi già sanno, i fiori di ciliegio sono considerati tra i più significativi simboli della cultura giapponese: benchè il fiore nazionale sia il crisantemo, infatti, il ciliegio lo ha ampiamente superato nel cuore e nell’immaginario della popolazione, rappresentando una particolare attitudine giapponese nei confronti dell’impermanenza, della vita e della morte.

“The Japanese were perhaps the first to discover the special pleasure of impermanence and believed… that impermanence was a necessary element in beauty.”

Donald Keene

Sakura and impermanenceLa letteratura, le religioni e le tradizioni popolari giapponesi sono interamente immerse nel senso di accettazione, addirittura di celebrazione dell’impermanenza; il termine associato a questo sentimento è mono no aware (una sorta di commossa tristezza per la fugacità delle cose), che fa la sua comparsa nel Genji monogatari. Il sentimento di aware suggerisce un malinconico affetto per la brevità della vita (simboleggiata dai fiori di ciliegio) e per la bellezza nella morte (rappresentata dalla caduta delle splendide foglie autunnali color fuoco).

Tra i maggiori esempi letterari che esprimono questo amore per l’impermanenza non possiamo non citare autori come Saigyo e Chomei, che hanno più volte esaltato la bellezza dell’eremitaggio proprio perchè permetteva loro di partecipare più pienamente al profondo sentimento dei ciliegi che fioriscono e periscono in un istante; una simile sensibilità è rintracciabile in alcune figure religiose di rilievo come Dogen (maestro della filosofia zen) che dichiara che la vita e la morte sono egualmente manifestazioni del dinamismo universale della natura impermanente di Buddha (mujo-bussho).

Morte e vita in Giappone

L’idea che unisce i fiori di ciliegio e l’impermanenza è la consapevolezza che la morte coesiste con la vita, e spesso sembra essere anche più prominente di quest’ultima, in Giappone. Il senso dell’inevitabilità del trapasso di ogni essere vivente, e la conseguente tristezza si trasforma nell’emozione di base per la più profonda compassione e “simpatia” intesa da originale greco – “sentire insieme”.

Risulta allora chiara l’influenza buddista alla base di questa sensibilità: fin dalle sue origini, il Buddismo si è infatti distinto per la sua attenzione al carattere transitorio (mujo) di tutti i fenomeni, e questa caratteristica è la base per il raggiungimento della liberazione finale nel Nirvana.

Tuttavia, si nota spesso come – più di altre culture influenzate dal Buddhismo – in Giappone si presti particolare attenzione al momento della morte, a tal punto che la morte diventa il simbolo stesso dell’esistenza. Come mai?

 “The problem as to how to face death has developed in Japan as a peculiar pattern of culture. It makes the Japanese feel that they must meet death squarely, rather than avoid it. The cultural tradition encourages them to be prepared to accept death with courage and with tranquility. … In that sense, it may well be said that for the Japanese death is within life.”

Kishimoto Hideo

Lo sviluppo del senso di mujo

Sakura and impermanence

Diversi ricercatori hanno provato a tracciare la storia dell’impermanenza in Giappone, ed è abitudine far risalire la sua comparsa (come abbiamo accennato prima) al Genji monogatari e alla sua enfasi sul senso di aware, come una sensazione di rimpianto e rimorso davanti alla dissoluzione di vita e amore.

Alcuni segni di questo sentimento sono individuabili anche nel Man’yoshu, dove compare la nozione di hakanashi, fragilità basata sul divario tra le cose esterne – che si muovo ad un ritmo troppo veloce – davanti alle quali gli esseri umani non riescono mai a stare al passo, rimanendo frustrati dalla perdita.

L’etimologia di hakanashi è profondamente simbolica: alcuni ritengono che haka si riferisca ad una misura temporale per seminare e tagliare il riso, rappresentando quindi una modalità per tener conto del tempo. A questo viene aggiunto il suffisso negativo –nashi, e la parola acquisisce così il senso di “superare il tempo limite” nel senso che il tempo è volato velocemente o passato davanti ai nostri occhi.

Questa etimologia potrebbe anche riferirsi al legame significativo tra il sentimento di incertezza avvertito di fronte alla natura nella società pre-buddhista, e la realizzazione contemplativa religiosa e letteraria di impermanenza nel suo stato originario.

Sakura e la morte

La comprensione della permanenza implica l’accettazione dell’imprevedibilità e inevitabilità della morte. Nel Man’yoshu la morte è il simbolo per eccellenza dell’hakanashi, che porta alla solitudine e all’amore per fenomeni e azioni fugaci ed effimere. Nell’era di Genji, l’attenzione cade sui sentimenti di aware e di kanashimi (tristezza), e la morte è la fonte di una bellezza ironica, e l’attrazione per la dolce tristezza del commiato.

Se ci spostiamo su interpretazioni più contemplative, vediamo che la morte ha la capacità di smuovere emotivamente le persone e diventa un’opportunità di liberazione esistenziale dall’attaccamento.

Impermanenza, morte e Shinto

Sakura and impermanencePer chiunque abbia provato a studiare le tradizioni pre-buddhiste, e lo Shinto contemporaneo, vi è una caratteristica che subito salta all’occhio: le tradizioni popolari e shintoiste sono conosciute per la fortissima repulsione nei confronti della morte.

In queste tradizioni, i rituali sono generalmente strutturati intorno al senso di gratitudine per una vita felice e prospera, per un buon raccolto e per l’allontanamento di malattia e morte. come ho scritto altrove, la mitologia Shinto sottolinea il carattere terribile e raccapricciante della dea Izanami dopo che questa muore e precipita nella terra yomi no kuni (le lande dei morti).

Ma se guardiamo più da vicino, le tradizioni popolari e shintoiste spesso sottolineano il potere di tamashii (spiriti incorporati), e shirei (spiriti dei defunti), e il mondo dei morti è spesso inteso come uno spazio molto prossimo al nostro. La visione pre-Buddhista della morte era caratterizzata da un senso di spazialità in cui la terra dei defunti era un’estensione di questo mondo, ed era accessibile superando confini in luoghi ben definiti.

La morte, tuttavia, ha anche una qualità temporale; non è solo un luogo ma un stato mentale di anticipazione del cambiamento, attraverso la perdita di una vita. La religione popolare non si limita a temere la morte, ma supera l’immagine stessa della morte con quella dell’inevitabile rigenerazione; non è tanto interessata al conflitto tra vita e morte, ma alla continuità di fertilità e rinascita del ciclo dell’esistenza.

Quindi, sembrerebbe più verosimile che le religioni popolari giapponesi tendano a vedere la morte come un atto creativo, o un segno di rigenerazione e rinnovamento: nuova vita emerge dal mondo dei defunti.

Pertanto, al di là delle apparenti differenze, sia il Buddhismo che i cultu prebuddhisti (shintoisti e popolari) sembrano considerare la morte non semplicemente come morte, ma come la porta di accesso verso la continuità e il rinnovo, e come il significato sottinteso dell’esistenza impermanente.

Sakura and impermanence

Si potrebbero riempire pagine e pagine di innumerevoli libri parlando di ciliegi, morte e rinascita, ma preferisco cercare di limitare la lunghezza dell’articolo per non appesantirlo troppo; potrebbe essere tuttavia un buon argomento da approfondire nuovamente in futuro!

Siete mai stati in Giappone durante la stagione hanami? Avete goduto di quest’atmosfera pacifica e profondamente intima? Fatemelo sapere nei commenti!

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